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martedì 19 agosto 2014

Da "Cento quartine" di Patrizia Valduga


giura che mi terrai nuda e legata




C'è un solo incontro e non c'è un solo addio
e devo sempre stare sul chi vive:
nel grande cimitero dei miei io
vivo una vita tutta recidive.

Giura che mi terrai nuda e legata
per una notte intera, a luci spente;
che se mento sarò martirizzata
a mezzogiorno, irrevocabilmente.


- Patrizia Valduga

venerdì 31 maggio 2013

"Dormiva..." di Patrizia Valduga

si avvia un lungo toccare
dis. Milo Manara

Dormiva. Ps... ps... Cristo santo, senti
come cresce!... Si avvia un lungo toccare.
Cresce e non può aspettare... Poi lenti
baci e tenaci... e baciare a baciare
incìta... a meglio amarti, non lo senti?
 non puoi lasciarlo fuori... poi in un mare
di umori, di sogni solari o chiusi,
avviticchiati, agglutinati, fusi.

- Patrizia Valduga



Patrizia Valduga (Castelfranco Veneto, 1953) è una poetessa e traduttrice italiana, compagna del poeta, traduttore e critico letterario Giovanni Raboni. La loro relazione è durata dal 1981 al 2004, anno della morte del poeta.
Ha fondato nel 1988 la rivista mensile Poesia che ha diretto per un anno.

Maurilio Manara detto Milo (Luson, 12 settembre 1945) è un fumettista italiano, conosciuto in Italia e all'estero per il fascino sensuale delle sue tavole.


giovedì 2 maggio 2013

"Io per la voglia" di Patrizia Valduga



Io per la voglia scoppio e mi sconsolo
Amedeo Modigliani, Nudo



Io per la voglia scoppio e mi sconsolo.
Oh se potessi scagliarmi al suo collo,
e non destarlo... o strascinarmi al suolo
e con lascivo assalto, anche il midollo
succhiargli... o con audaci mani a volo
provarne gli inguini... Avida controllo
che fa di lui la sua notte testarda,
la mia che come astuta, tarda e tarda


- Patrizia Valduga





Patrizia Valduga (Castelfranco Veneto, 1953) è una poetessa e traduttrice italiana, compagna del poeta, traduttore e critico letterario Giovanni Raboni. La loro relazione è durata dal 1981 al 2004, anno della morte del poeta.
Ha fondato nel 1988 la rivista mensile Poesia che ha diretto per un anno.



Amedeo Clemente Modigliani, noto anche con i soprannomi di Modì e Dedo (Livorno, 12 luglio 1884 – Parigi, 24 gennaio 1920), è stato un pittore e scultore italiano, celebre per i suoi ritratti femminili caratterizzati da volti stilizzati e colli affusolati. Affetto da alcolismo su un fisico già dotato di una salute pessima, morì all'età di trentacinque anni. È sepolto nel cimitero parigino Père Lachaise.










martedì 9 aprile 2013

"Gli assedi" di Patrizia Valduga

Oh, torna a visitarmi mio signore...
Gustave Klimt, I pesci rossi (1901)

...
Oh torna a visitarmi mio signore,
del corpo terremoto, e del cuore….
qui ritorna nei giorni del mio fiore
che solo assedi esigono e terrore,
fin che cammini dentro al grande amore,
senza morire come ognuno muore,
immobile e senza peso il cuore.

- Patrizia Valduga






Gustav Klimt (Vienna, 14 luglio 1862 – Neubau, 6 febbraio 1918) è stato un pittore austriaco, uno dei massimi esponenti dell'Art Nouveau (stile Liberty, in Italia), protagonista della secessione viennese.

mercoledì 6 febbraio 2013

"Ti voglio far provare" di Patrizia Valduga

Ti voglio far provare il bel piaceredip. Jack Vettriano



Ti voglio far provare


Ti voglio far provare il bel piacere.

Pur mal mio grado? Lasciami tranquilla!

Da troppe sere e troppe primavere...

Dei superni desiri ecco la squilla.



La luna scorre su acque nere e brilla...

Oh, tu vai alto per volermi avere!

Ed io ti prenderò come un'anguilla.

Dentro da me per vie d'acqua o vie aeree...



E perché più e più in te s'interni...

Entrerai mai e mai, primavere o inverni.

Dall'alto scenderò con giri alterni...



Pensatore di donne, mio amatore...

Fin ch'io ti prenda, fin che l'incaverni...

Ad averti c'è poco per il cuore.


-  Patrizia Valduga



Patrizia Valduga (Castelfranco Veneto, 1953) è una poetessa e traduttrice italiana, compagna del poeta, traduttore e critico letterario Giovanni Raboni. La loro relazione è durata dal 1981 al 2004, anno della morte del poeta.
Ha fondato nel 1988 la rivista mensile Poesia che ha diretto per un anno.


domenica 12 agosto 2012

L'osceno e sacro di Patrizia Valduga

" mare del nero e faro del mio mare"


Quaranta quartine




Ancora: nero senza fine, nero

come nera matrice di ogni nero,

ma tutta luce, ancora, senza nero

materia della mente e spasmo nero.




La sento la mia vita, me la imparo,


fino al fegato adesso, fino al fiele;

oh nera un tempo enorme senza chiaro,

fedele della notte più infedele.




E’ lungo questo tempo senza fine

il mio cuore senza fine nel tempo.

E’ nero lungo un tempo senza fine

per non morire prima del suo tempo.




Vuota il tuo sacco, su, parla, poetessa:

io fiorisco e disfoglio e rigermoglio

per dare la procura di me stessa

a chi non può o non vuole quel che voglio.




Dicevo: Amore mio, vorrei annegare

nell’acqua chiara dei tuoi occhi chiari,

finire finalmente di aspettare

giovani giorni, cari giorni chiari.




Per me dentro di me oltre la mente

il suo corpo su me come una coltre

ma oltre il corpo in me furiosamente

in me fuori di me oltre per oltre…




Sta’ zitto, cuore. Taci, anima nera.

Ora so quel che c’era da sapere.

Principio di purpurea primavera?

Quattro colpi di cazzo e ho da godere?




Biancore di ossa… bianco dissolvente

grida nel nero… Grido che lo sento:

ma come una struttura della mente,

come la costrizione al godimento.




Poi una lancia di luce sulla faccia…

Chiudi gli occhi, non quelli azzurri!, gli altri,

se l’anello d’acciaio delle braccia

scaglia altro nero dentro gli occhi scaltri.




Superba mendicante dell’amore,

scongiuravo: Fa’ ammenda alla mia fame,

dammelo ogni mio oggi il pane amore,

liberami dai mali, amore. Amen.




Dove sei, gli chiedevo, col mio cuore?

Ho freddo e ho per amante la mia mano

E faccio sogni e sogni di terrore

e non ho tregua qui e invanisco in vano.




Cosa fai, gli chiedevo, col mio cuore?

Quanto disti da me, in linea retta?

Quanti chilometri di batticuore?

Quando mi dai l’amore che mi spetta?




Una boccata di buio? No. Meno.

Nemmeno. Abbocca, carne di carnaio!

Lecca le labbra, vieni, vieni almeno…

Io più in alto di te cado, scompaio…




Così: una e molteplice, infinita

negli insiemi infiniti della mente,

e cripta di reliquie in morte e in vita,

io solo questo so: che non so niente.




Ma l’estasi, ma l’io senza più io?

Da cinquant’anni ormai io chiedo ai cieli

un cuore perpendicolare al mio

e mi arrivano tutti paralleli.




Oh, l’inutilità di questi affanni

la conosco a memoria, inutilmente;

e nel peso degli utili e dei danni

connetto notte a notte e niente a niente.




Al terribile triste unico mondo

far fronte, sempre, fargli sempre guerra!

Seppelliti nel nero fino in fondo

noi nero delle ossa sottoterra…




E anche con lui era come masturbarmi,

mai matura, scentrata e senza centro.

Di grazia, gli chiedevo, vuoi insegnarmi

a venire assieme a te con te dentro?




Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,

rimetti insieme tutte le mie tessere

per farmi essere quella che sono

e che ancora non ho potuto essere.




E così, per la vita dei miei versi,

dagli occhi, dalla gola, dalle ascelle

io riverso su te, tu mi riversi

le nostre solitudini gemelle.




Dicevo: A conto loro, e di noi stessi,

che faremo della vita anteriore

noi insolvibilità con gli interessi

e sempre in credito verso l’amore?




Ci dava la prigione del destino

solo qualche ora d’aria per l’amore

che per destino ha solo il suo declino.

Si aspetta e si riaspetta e poi si muore.




Egoista dai teneri pensieri,

gli chiedevo: Stai bene di salute?

Le fai l’amore, assolvi i tuoi doveri?

Lo metto in conto delle trattenute.




Perché eravamo onesti, responsabili,

non volevamo dare sofferenza.

Pure fra noi e due stronzi, due contabili,

tu vedi forse qualche differenza?




Se amo, sono grande nel mio amore.

Ma lui lo era? Se amava era grande?

Oh scroscianti radiose e nere ore,

state eludendo tutte le domande!




E gli dicevo: Sì, sentire è tutto.

E tutto in me che sente sente te.

Ti sento in me, ti sento fin nel flutto

del tempo-sangue freddo in tutta me.




Guarda guarda, Patrizia la superba

ammette che la mente non è tutto.

Come erba, più umile dell’erba,

mi prema lui, mi falci lui-mio-tutto.




Osceno e sacro l’amore delibera

stessa sede per sé e per gli escrementi.

Se non mi leghi io non sarò mai libera,

né casta mai se tu non mi violenti.




E tu? Sì, grazie. Senti come piove!

Vuoi che ci amiamo in piedi come i cani?

Di qua. Proviamo. A destra. A destra, dove?

Ho freddo, ho fame. E tu? Grazie. A domani.




Ho fantasie auditive, non visive.

Avesse detto mai: Bambina mia,

adesso vedi… E dato direttive:

Apriti stronza, troia… e così via!




Oppure: Questa torta va finita,

ma devi bere… piena la vescica.

Oh, essere imboccata con le dita,

con altre due ficcate nella fica!




Vuoi che ti dica, dunque, tutto il vero?

Il nero se ne fotte che non viva,

che sia perimetro del mio pensiero.

Dimmi: sono una bambina cattiva?




Avrei finto di non avere voglia,

perché a forza mi facesse volere.

Io voglio che tu voglia che io non voglia:

questa è la verità del mio piacere.




Violentami, costringimi a godere,

fendendomi con tutta la tua forza,

e fa’ di me secondo il tuo volere,

sii il mio flagello, dammi fuoco e forza.




E sempre quella mano sulla fronte…

E l’altra lì, così, due dita sole…

E quando fica e testa sono pronte

Riempile di cazzo e di parole.




Poi chiudere anche gli occhi della mente,

mare del nero e faro del mio mare,

e infine via dal nero finalmente

che si dilata e mi lascia passare.




Oh baciami, biancore di tramonto,

fratello senza pace nella fine,

baciami gli occhi chiusi, chiudi il conto

per l’alba della morte senza fine.




Io mi arrendo, congedo i miei soldati,

la mia legione di sogni e di versi.

Combattete per altri disarmati,

vincete in verità, miei sogni in versi.




No, non ancora. Ancora pochi istanti:

per approssimazioni millimetriche

sempre spietatamente equidistanti

le mani buie, le braccia scheletriche…




Eccomi, ancora. Prendimi per mano:

occorre che mi fermi e mi conforti

perché non posso andare più lontano

perché dopo ci sono solo i morti.

- Patrizia Valduga