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sabato 10 maggio 2014

"La moglie segreta" da Il maestro e Margherita di Michail Bulgacov



Ben presto, quella donna divenne la mia moglie segreta. Veniva da me quotidianamente, di giorno
Gustave Courbet, Gli amanti felici


(Mi ha colpito molto il termine "moglie segreta", la parola "amante" ha in sé un ché di sordido, lascivo e consumistico. La parola moglie conferisce dignità alla donna, ma anche all'uomo che la considera tale, nonché e sopratutto all'amore… Rosanna Bazzano)

- Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. Aveva fiori gialli! Un brutto colore. Dalla Tverskaja svoltò in un vicolo e si voltò. Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le garantisco che essa vide me solo e mi guardò, non dico preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi! Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch'io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall'altro. E si figuri che non c'era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l'avrei mai più rivista. E s'immagini, a un tratto fu lei a parlare: - Le piacciono i miei fiori? Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e - è sciocco, lo so - parve che un'eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull'altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi: - No. Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo. - Non dico niente, - esclamò Ivan, e soggiunse: - La supplico, continui!L'ospite continuò. - Si, mi fissò sorpresa, e poi, dopo avermi fissato, chiese: - Non le piacciono i fiori? Nella sua voce mi parve sentire dell'ostilità. Le camminavo accanto, cercando di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo affatto imbarazzato. - No, mi piacciono i fiori, ma non questi, - dissi. - Quali le piacciono? - Le rose. Rimpiansi le mie parole, perché lei ebbe un sorriso contrito e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccattai, un po' confuso, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ed essi mi rimasero in mano. Camminammo così, silenziosi, per un po', finché lei non mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, poi infilò sotto il mio braccio la mano col guanto nero svasato, e proseguimmo vicini. - E poi? - disse Ivan. - Per favore, non salti niente! - E poi? - l'ospite ripeté la domanda. - Quello che successe poi, lo può indovinare lei stesso -. Inaspettatamente si asciugò una lacrima con la manica destra, e prosegui: - L'amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpi subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico! Del resto, lei affermava in seguito che non era così, che ci amavamo da molto tempo pur senza esserci mai visti, e pur vivendo lei con un altro... e io, allora... con quella, come si chiama... - Con chi? - chiese Bezdomnyj. - Con quella, ma si... quella... mm... - rispose l'ospite schioccando le dita. - Lei era sposato? - Ma si, perché crede che schiocchi le dita?... Con quella... Varen'ka...Manecka... no, Varen'ka... il vestito a strisce, il Museo... Ma non ricordo. Ebbene, lei diceva che con quei fiori gialli in mano era uscita, quel giorno, perché io la potessi finalmente incontrare, e che se questo non fosse avvenuto, si sarebbe avvelenata, poiché la sua vita era vuota. Si, l'amore ci colpì in un baleno. Lo sapevo già, quel giorno, dopo un'ora, mentre eravamo, senza accorgerci dell'esistenza della città, sul lungofiume sotto le mura del Cremlino, Parlavamo come se ci fossimo lasciati il giorno prima, come se ci conoscessimo da molti anni. Ci accordammo per trovarci l'indomani nello stesso posto, sulla Moscova, e ci incontrammo. Il sole di maggio splendeva per noi. Ben presto, quella donna divenne la mia moglie segreta. Veniva da me quotidianamente, di giorno, e ad aspettarla io cominciavo sin dal mattino. Questa attesa si manifestava col fatto che spostavo gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo vicino alla finestra e mi mettevo in ascolto, aspettando che il vecchio cancello sbattesse. È strano: prima che la incontrassi, poca gente veniva nel nostro cortiletto, anzi, non veniva mai nessuno, mentre adesso mi sembrava che tutta la città vi si precipitasse. Sbatteva il cancello, batteva il mio cuore, e, si figuri, dietro il finestrino, al livello del mio viso, appariva immancabilmente un paio di stivali sporchi. L'arrotino. Ma chi aveva bisogno di un arrotino nella nostra casa? Arrotare che cosa? Quali coltelli? Lei entrava una sola volta dal cancello, ma io avevo provato il batticuore almeno dieci volte, non dico una bugia. Poi, quando giungeva la sua ora e le lancette indicavano mezzogiorno, il batticuore continuava finché senza tacchettio, quasi silenziose, davanti alla finestra non mi passavano le scarpe con un nodo di camoscio nero, stretto da una fibbia d'acciaio. A volte scherzava, e fermandosi davanti alla seconda finestra, bussava al vetro con la punta della scarpa. Nello stesso istante io mi ritrovavo davanti a quella finestra, ma la scarpa scompariva, scompariva la seta nera che velava la luce, e io correvo ad aprirle. Nessuno sapeva del nostro legame, glielo garantisco, anche se questo non succede mai. Non lo sapeva suo marito, non lo sapevano i conoscenti. Nella vecchia casetta dove possedevo quello scantinato,naturalmente, sapevano, vedevano che mi veniva a trovare una donna, ma non ne conoscevano il nome. - E chi è? - chiese Ivan, interessato in sommo grado a quella storia d'amore. L'ospite fece un gesto a significare che non l'avrebbe mai detto a nessuno, e continuò il suo racconto. Ivan seppe che il Maestro e la sconosciuta si amavano talmente che divennero assolutamente inseparabili. Ivan ora si immaginava con chiarezza le due camere dello scantinato della casetta, dove regnava sempre il crepuscolo a causa del lillà e della palizzata. I logori mobili di mogano, lo scrittoio con l'orologio che suonava ogni mezz'ora, e libri, libri, che andavano dal pavimento di legno lucido fino al soffitto annerito dal fumo, e la stufa. Ivan apprese che, sin dai primi giorni della loro relazione, il suo ospite e la moglie segreta erano venuti alla conclusione che a farli incontrare all'angolo dellaTverskaja con il vicolo era stato il destino, e che erano stati creati eternamente l'uno per l'altra.

- Michail Bulgakov


"Chi ha detto che non esiste al mondo un amore vero, fedele ed eterno? 
Al mentitore sia tagliata la malefica lingua! Seguimi lettore, segui solo me, ed io ti mostrerò un simile amore." M. Bulgakov



Michail Afanas'evič Bulgakov ( Kiev, 15 maggio 1891 –Mosca, 10 marzo 1940) è stato uno scrittore e drammaturgo russo della prima metà del XX secolo. È considerato uno dei maggiori romanzieri del Novecento. Molti suoi scritti sono stati pubblicati postumi.










Jean Désiré Gustave Courbet (Ornans, 10 giugno 1819 – La Tour-de-Peilz, 31 dicembre 1877) è stato un pittore francese, il più rappresentativo del movimento realista francese del XIX secolo.











giovedì 27 marzo 2014

"Credo che sia giunto il momento…" di Katherine Mansfield


accompagnami per dieci anni: vuoi, caro?
Pierre Auguste renoir, Picking flowers, 1875


Credo che sia giunto il momento, che sia seriamente giunto il momento di corteggiarci un poco.
Abbiamo mai avuto il tempo di fermarci sotto gli alberi per dirci del nostro amore? 
O di sederci vicino al mare o di creare zone fragranti l'uno per l'altra?
Conosci quel particolare, squisito profuno della rosa tea?
Sai come si aprono i boccioli, così diversamente dalle altre rose, e di che rosso acceso sono le spine e quasi color porpora le foglie?

Accompagnami per dieci anni: vuoi, caro?
Dieci anni nel sole. Non è molto, appena dieci primavere.

- Katherine Mansfield, dalle lettere a John Middleton Murry




Katherine Mansfield (nome di battesimo Kathleen Mansfield Beauchamp) (Wellington, 14 ottobre 1888 – Fontainebleau, 9 gennaio 1923) è stata una scrittrice neozelandese.














Pierre-Auguste Renoir (Limoges, 25 febbraio 1841 – Cagnes-sur-Mer, 3 dicembre 1919) è stato un pittore francese, tra i massimi esponenti dell'Impressionismo.










sabato 15 febbraio 2014

"Il capro espiatorio" racconto di Bruno Ferrero


il leopardo ruggì di dolore e di collera…
Antonio Ligabue, Leopardo, 1955




Una volta, un cucciolo di leopardo si perdette nella steppa e un elefante, per caso, lo calpestò. Poco dopo il cucciolo fu trovato morto e la notizia fu portata al padre di lui.
- "Il tuo piccolo è morto", gridarono al vecchio leopardo. "Lo abbiamo trovato nell'erba, giù nella valle".
Il leopardo ruggì di dolore e di collera. 
- Chi l'ha ucciso? Ditemi chi l'ha ucciso, perché io mi possa vendicare.
- E' stato l'elefante.
- L'elefante?.
- Sì, l'elefante.
Il vecchio leopardo si fece pensieroso, ma dopo un momento disse: 
- No, non è stato l'elefante. Sono state certamente le capre. Sono state le capre! Ma vedrete come mi vendicherò.
E il vecchio leopardo, infiammato di sacrosanta collera, corse sul colle dove pascolavano le capre e sbranò tutto il gregge.

- Bruno Ferrero


I codardi quando vogliono attribuire una colpa preferiscono attribuirla a qualcuno che si può facilemente sopraffare, un capro espiatorio lo trovano sempre…




Bruno Ferrero (...) è un sacerdote e scrittore italiano, appartenente ai salesiani.
Esperto di catechetica con una licenza in teologia, è stato direttore editoriale della casa editrice salesiana Elledici fino al 2009. Come scrittore tratta temi di natura etica e religiosa. È direttore deIl bollettino salesiano.











Antonio Ligabue, nato Antonio Laccabue (Zurigo, 18 dicembre 1899 – Gualtieri, 27 maggio 1965), è stato un pittore italiano.

sabato 18 gennaio 2014

"Regalare tutto…" racconto breve di Bruno Ferrero



ha pagato il prezzo più alto…



REGALARE TUTTO QUELLO CHE SI HA



"Il gioielliere era seduto alla scrivania e guardava distrattamente la strada attraverso la vetrina del suo elegante negozio.
Una bambina si avvicinò al negozio e schiacciò il naso contro la vetrina. 

I suoi occhi color del cielo si illuminarono quando videro uno degli oggetti esposti.
Entrò decisa e puntò il dito verso uno splendido collier di turchesi azzurri.
“È per mia sorella. Può farmi un bel pacchetto regalo?”.
Il padrone del negozio fissò incredulo la piccola cliente e le chiese: “Quanti soldi hai?”.
Senza esitare, la bambina, alzandosi in punta di piedi, mise sul banco una scatola di latta, la aprì e la svuotò. Ne vennero fuori qualche biglietto di piccolo taglio, una manciata di monete, alcune conchiglie, qualche figurina.
“Bastano?”, disse con orgoglio. “Voglio fare un regalo a mia sorella più grande. Da quando non c’è più la nostra mamma, è lei che ci fa da mamma e non ha mai un secondo di tempo per se stessa. Oggi è il suo compleanno e sono certa che con questo regalo la farò molto felice. Questa pietra ha lo stesso colore dei suoi occhi”.
L’uomo entra nel retro e ne riemerge con una stupenda carta regalo rossa e oro con cui avvolge con cura l’astuccio.
“Prendilo” disse alla bambina. “Portalo con attenzione”.
La bambina partì orgogliosa tenendo il pacchetto in mano come un trofeo.
Un’ora dopo entrò nella gioielleria una bella ragazza con la chioma color miele e due meravigliosi occhi azzurri. Posò con decisione sul banco il pacchetto che con tanta cura il gioielliere aveva confezionato e dichiarò:
“Questa collana è stata comprata qui?”.
“Sì, signorina”.
“E quanto è costata?”.
“I prezzi praticati nel mio negozio sono confidenziali: riguardano solo il mio cliente e me”.
“Ma mia sorella aveva solo pochi spiccioli. Non avrebbe mai potuto pagare un collier come questo”.
Il gioielliere prese l’astuccio, lo chiuse con il suo prezioso contenuto, rifece con cura il pacchetto regalo e lo consegnò alla ragazza.
“Sua sorella ha pagato. Ha pagato il prezzo più alto che chiunque possa pagare: ha dato tutto quello che aveva”.

- Bruno Ferrero


Il sabato ultimamente lo dedico a cose da bambini e oggi ho voluto postare questo breve racconto che trovo interessante e educativo anche per gli adulti. 
Dà il massimo chi dà del suo, chi dà con gioia, chi dà anche quando non gli spetta, chi dà senza risparmiare, senza risparmiarsi…


Le storie di Bruno Ferrero mi hanno sempre affascinato, ne ho almeno 6 libri, sarà per questo che anche io talvolta mi esprimo con le parabole, a Napoli si direbbe "cu 'e paraustielle"…




Bruno Ferrero (...) è un sacerdote e scrittore italiano, appartenente ai salesiani.
Esperto di catechetica con una licenza in teologia, è stato direttore editoriale della casa editrice salesiana Elledici fino al 2009. Come scrittore tratta temi di natura etica e religiosa. È direttore deIl bollettino salesiano.

lunedì 9 settembre 2013

" Estate " di Rosanna Bazzano



Ermioni, Peloponneso, Grecia - estate 2013






Estate


La notte ha


viali di gelsomino in fiamme


e sonno di cicale astute,


versi di risacca amari


e lampi di pupille scure…


- Rosanna Bazzano




sabato 31 agosto 2013

"Fine agosto" microracconto di Rosanna Bazzano




fine agosto…
Carlo Trevisan, Ombrellone di Moretti (2006)


Fine agosto


Fine agosto. I turisti sono partiti.
A Bellariva ormai ci sono solo i biancocrinuti e il liscio ha preso il sopravvento nelle sale.
Anch'io la vivo da turista, anche se ci abito già da un po’ e  vi frequento scuola.
Tutta Rimini ho vissuta da turista.
Il mio posto preferito è la libreria Ugolini a piazza Tre martiri, ci  passo ore e ore a sfogliare libri e a rubare pensieri che non posso permettermi di acquistare.
Qualche volta all'uscita mi siedo al bar a bere un frappè come le mie compagne di classe, quelle riminesi intendo. 
Ad Arzano le quindicenni non si siederebbero al tavolino di un bar, anzi le donne in genere non vi siederebbero, anzi non c'è neanche un bel bar con i tavolini in centro.
Anche solo entrare nel bar pare sia sconveniente. 
Io non ci sono mai entrata, le mie amiche dicono che non si fa, come del resto non si fanno tante altre cose che non stanno bene per una ragazza, che anche le nostre madri non fanno e credo anche le nonne non abbiano mai fatto, anche se non riesco a capire il perché. 
Certi "perché" sono sfuggenti, o semplicemente inesistenti, sono dei diktat incisi direttamente nella materia cerebrale. 
Non mi sono mai piaciute le imposizioni ma non sono mai entrata in un bar, sarà per questo che non conoscevo l'esistenza questo beverone schiumeggiante e dolce chiamato frappè. 
Una libreria ad Arzano poi è semplice utopia, non c'è neanche una biblioteca!
Vi dovrò tornare tra pochi giorni, nuovo trasferimento di mio padre, dietro front.
Questi ultimi giorni li passo in centro, alla Ugolini, al mattino, e al mare, Bagno 95 - Florida , nel pomeriggio.
Le ombre degli ombrelloni si sono allungate e un venticello sottile porta a riva le urla dei gabbiani che paiono infrangersi sul bianco dei mosconi ed essere rifratte in una eco leggera e distante.
Io mi lascio vestire di rosso dal sole delle sette e scopro i miei seni, quando mi pare che non ci sia nessuno. 
Mi fa sentire libera 
È un sollievo… 
Vivere qui è un sollievo... 



- Rosanna Bazzano


Questo racconto descrive una realtà risalente a trent'anni fa, è uno dei pochi mie racconti veramente autobiografici, e riflette oltre una realtà oggettiva anche un modo di pensare che era diffuso nella mia fetta di società ed elaborato con i miei occhi e le mie sensazioni di allora.

Da allora vivo ad Arzano, provincia nord di Napoli, dove però adesso c'è finalmente un bar con i tavolini in piazza, le donne non si fanno alcun problema e mi viene quasi da ridere pensando al vecchio modo di viverlo, al meno nelle mie amicizie…

La libreria e la biblioteca sono ancora una nota dolente, ahimé, ahinoi…




Rosanna Bazzano  (Floridia (SR), 31 gennaio 1969) è poetessa e scrittrice italiana. Per la biografia completa leggere l'apposita pagina di questo blog…









Carlo Trevisan (Cesena, 1965). Compie l'intera formazione scolastica in Borgo San Sepolcro, città natale di Piero della Francesca e Luca Pacioli. Abbraccia da subito una espressione pittorica surreale. E’ redattore della rivista versiliese d'arte e cultura SINOPIA; entra a fare parte del Movimento Artistico Versilia; dal 1993 collabora con il laboratorio di sperimentazione multimediale IL TEATRINO DEI BISOGNI CONSAPEVOLI, diretto dal ricercatore e poeta Riccardo Mazzoni; fino al 2000 fa parte dell'Unione Cattolica Artisti Italiani U.C.A.I.. Con il nuovo millennio, lasciando ogni corrente e associazione, inizia il suo percorso artistico personale, vivendo tra la Versilia e la città di Verona. Dal 2001 collabora con alcune gallerie d’arte (Verona, Como, Treviso, La Spezia, Reggio Emilia, Milano) e partecipa a importanti fiere d’arte nazionali. Nel 2009 è tra i vincitori del concorso KINDER ART indetto dalla Ferrero ed espone l’opera vincitrice alla Triennale Bovisa di Milano (catalogo Electa) e poi alla Fondazione Ferrero di Alba. Nell’autunno 2012 viene selezionato da una galleria d’arte francese con cui inizia a collaborare esponendo a Parigi.


lunedì 1 luglio 2013

da "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders


                                                                                     « Il tempo guarirà tutto. 

                                                      Ma che succede se il tempo stesso è una malattia? »
                                                                                                          (Marion)
...

Un giorno la cosa diventerà seria. Sono stata tanto sola, anche non avendo mai vissuto da sola. Sai, quando ero con qualcuno spesso ero felice, ma comunque pensavo fosse del tutto casuale. Questa gente erano i miei genitori, ma avrebbero potuto comunque essere anche altri. Perché mio fratello era quello con gli occhi marroni, e non invece quello con gli occhi verdi che stava sulla panchina di fronte? La figlia del tassista, per esempio, era mia amica, ma avrei potuto passare il braccio anche attorno al collo di un cavallo, sarebbe stato lo stesso. Stavo con un uomo, ero innamorata... Ma avrei potuto anche piantarlo e andarmene via con quel tizio sconosciuto che avevamo incontrato per la strada.
Guardami o non guardarmi. Dammi la mano oppure no. No, non darmi la mano e leva lo sguardo da me.
Credo che oggi sia luna nuova; non c'è notte più tranquilla, in tutta la città non scorrerà sangue. Prima non ho mai giocato con qualcuno e tuttavia non ho mai aperto gli occhi per pensare. Adesso è una cosa seria, finalmente sarà una cosa seria.
Così ora sono cresciuta; ero solo io così poco seria... E' il tempo così poco serio...
Non sono mai stata solitaria: né da sola, né con qualcun altro. Ma mi sarebbe piaciuto, in fondo, essere solitaria. Solitudine significa: finalmente sono tutto. Adesso posso dirlo, perché oggi, finalmente, sono davvero sola.
Bisognerà finirla prima o poi con il caso. Non lo so se ci sia un fine, ma so che ci dev'essere una decisione. E' necessario che tu ti decida. Deciditi. Ora il tempo siamo noi. Non solo la città intera, adesso è il mondo intero che prende parte alla nostra decisione. Ora noi due siamo più che due solamente: noi incarniamo qualcosa.
Ed eccoci sulla Piazza del Popolo, siamo qui tutti e due. E l'intera piazza è piena di gente che si augura la stessa cosa che ci auguriamo noi. Decidiamo noi il gioco per tutti.
Io sono pronta. Ora tocca a te. Hai tu in mano il gioco. Adesso, o mai più.
Tu hai bisogno di me. Tu avrai bisogno di me. Non c'è storia più grande della nostra: quella mia e quella tua. Dell'uomo e della donna. Sarà una storia di giganti. Invisibili, riproducibili. Sarà una storia di nuovi progenitori.
Guarda i miei occhi: sono l'immagine della necessità. Del futuro di tutti sulla piazza.
La notte scorsa ho sognato qualcuno, uno sconosciuto, il mio uomo. Soltanto con lui potevo essere sola ed aprirmi a lui, aprirmi tutta, tutta sua, farlo entrare dentro di me tutto intero. Avvolgerlo con il labirinto della comune beatitudine.
Io lo so, sei tu quello…

- Wim Wenders, Il cielo sopra berlino





Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin) è un film del 1987 diretto da Wim Wenders. Le poesie di Rainer Maria Rilke hanno parzialmente ispirato il film: Wenders ha dichiarato che gli angeli vivono nelle poesie di Rilke. Il regista ha chiesto la collaborazione di Peter Handke per scrivere molti dei dialoghi, e nel film ricorre spesso la poesia Lied vom Kindsein.

Presentato in concorso al 40º Festival di Cannes, ha vinto il premio per la migliore regia.[1]

Ha avuto un sequel, Così lontano, così vicino, nel 1993, e un remake, La città degli angeli, nel 1998.



venerdì 19 aprile 2013

"La terapia di Angela" microracconto di Rosanna Bazzano

Non sei sola...
Raquel Diaz, Triste



Angela c’era riuscita.
Da un’ora Agata parlava, parlava, parlava.
Dei suoi problemi con Carlo, di quelli con Mauro, di lei, di come stava.
Parlava e si torturava contemporaneamente, quasi che così espiasse anche la colpa di parlare male di chi amava.

“Si, perché lui …” e si mordeva le labbra facendo sbavare un po’ il gloss rosato.
“E poi lui …” e si tirava la manica dell’avvitatissima giacca di lana rosso ciliegia.
“Perché quando io …” ora toccava al colletto della camicia di seta grigia.
“E allora lui …” facendo come per sfilarsi una delle sue bellissime decolleté, anch'esse rosse.
“Infondo io …” così passando a pizzicarsi le belle gambe attraverso le calze.
“Si, ma lui … cazzo!” e sulla colorita esclamazione assestò un colpo di allungamento alla minigonna grigia.
E bla bla bla, le sue razionalissime ragioni, le sue raziocinanti sensazioni e le sue irrazionalissime scuse.
E le colpe, le colpe di tutti. E i conseguenti devastanti effetti.

Angela la guardava, interveniva al bisogno, la esortava nei proponimenti sani, la dissuadeva dalle sue surreali vendette, la incentivava ad agire a suo reale vantaggio.
Le lasciava qualche attimo per riflettere, poi piantava un nuovo chiodo nella testa stanca di Agata.
Un punto che finiva per mettere a segno con la consumata maestria che tanti anni di professione le avevano insegnato e con tutta l’umana sensibilità di cui era capace verso quella donna, bella e brillante, che non si era mai voluta bene.

Mentre l’ora volgeva al termine ad Angela  pareva di aver colto bene un punto nodale di tutto quello tsunami di parole.
Agata appariva agitata e stanca, irritata dal ricordo di ciò che raccontava con una grinta astiosa e amara.

Angela la fisso per qualche istante, Agata fece silenzio, entrambe si scambiarono, in quello sguardo, una scintilla d’anima, poi Angela allungò la sua mano sulla scrivania verso Agata e le disse con voce calma ma ferma:
“E’ dura e non sarà facile uscirne, te lo premetto. Ma ti aiuterò io. Non sei sola.”

Non sei sola, le disse, centrando il problema, e finalmente Agata cominciò a piangere sommessamente.

- Rosanna Bazzano

Il vero grande problema della società moderna, secondo me, è l'individualismo sempre più esasperato che rende tutti soli.


mercoledì 10 aprile 2013

"Potresti essere con me" da un racconto di Massimo Bisotti

Potresti essere con me...
Vladimir Volegov, L'ora del the


POTRESTI ESSERE CON ME

“C’è chi ti ruba l’aria e chi te la ridà, dosandola in quel modo così perfetto da insegnarti a respirare”
E così oggi ti dedico un pensiero. Piccolo piccolo. Impercettibile.
Potresti essere come me, cercare il perché di ogni cosa, stremata, fino a comprendere che non sempre c’è un perché a tutte le infinite domande che si affacciano alle finestre del tempo. E ogni tanto il dolore si trasforma in rabbia, e ogni tanto la rabbia si trasforma in dolore, e ogni tanto le parole perdono il loro significato originale per lasciare originale solo la nostra condizione del cuore.
E così oggi ti dedico un respiro, profondo e leggero, impalpabile.
Potresti essere come me, sentire la necessità di scrivermi nei momenti di estrema serenità. Per dimostrare che non è per necessità che vuoi assaggiare una vita ma per l’emozione di sapere che solo i morsi dell’amore levano la fame.
E così oggi ti dedico una canzone, lenta, sensuale, incalzante.
Potresti essere come me, mentre ti scopri a stonare con gusto le note esplosive della realtà.
E così oggi ti dedico un mattino, fresco, avvolgente, puro.
Potresti essere come me, con lo sguardo nel colore di un caffè a fumare previsioni del giorno senza che importi niente alla mente di sapere se piove oppure no, e nella musica della radio la traccia nascosta di un paradiso terrestre normale, niente alberi proibiti su cui lanciarsi per fare uno sgarro all’entusiasmo della quotidianità, alla pace di un ritorno dopo l’altro, senza curve d’assenza, senza picchi e ripartenze e addii traditi a riconferma di atti mancati.
Ma tu non sei come me.
Ma io ti volevo lo stesso con me.
A dedicarti la mia vita.
A farmi dire: vorrei stare in un altro posto ma non so dove e non saprei con chi se non ci fossi tu.
A farmi dire di quelle finestre aperte appena dietro la mia ombra che focalizzano lo sguardo sui paesaggi delle anime, su quelle ricchezze naturali che ci portano alla gioia e non hanno niente a che vedere con quello che possiamo comprare, perché la gioia non è artificiale, è nello spendere se stessi per qualcuno e nel trovare il proprio demone negli occhi dell’altro, come talento sconfinato d’amore ..

- Massimo Bisotti, da La luna blu




lunedì 25 febbraio 2013

"Amicizia", da un racconto di Maurice Blanchot.

Chi veglia con me. come sotto un altro cielo?
foto Philippe Ramette


"Amicizia"

“La sofferenza s' impadroniva  della mia persona più di un sentimento - era questa l'amicizia?
Al contrario, io non mancavo di andare in suo soccorso quando una domanda rischiava di attenderla. [...]
Un amico: io non ero nato per questo ruolo, penso che me n'era riservato un altro che io non posso ancora riconoscere.
Quello di nominarlo? di mantenerlo e di mantenermi sotto l'approssimarsi di questo nome?
Non lo crederò; ciò non è che un riflesso che un istante colora il vetro sul quale lui si gioca.
Il nome stesso ci separa. Sarebbe una pietra gettata eternamente verso di lui per attenderlo là dove lui è e che forse sentiva già approssimarsi attraverso i tempi e i tempi.
E' questo il gesto di un amico? E' questa l'amicizia?
E' questo che lui mi ha chiesto di essere: una pietra per lui, obbligando a riconoscersi sotto un tale nome, attirandoci come dentro una trappola?
Forse per prenderlo in vita? Ma io chi sono allora? Chi veglia con me, come sotto un altro cielo?
E se lui è ciò che io so di lui, io non sono interamente abbandonato a me?
Allora cos'è che lo smarrisce? Che cerca al mio fianco? Che cos'è che lo attira? Ciò che lei è per me? Questo 'noi' che ci tiene insieme e dove noi non siamo né l'uno né l'altro?
Qualcosa di troppo forte per l'uomo, una felicità troppo grande di cui noi non sappiamo niente?
Forse gli è dato di respirare presso ad ogni uomo felicissimo, forse lui è il soffio che si mescola al desiderio, forse lui passa attraverso l'istante che spezza i rapporti e confonde il tempo?
Forse lui è dietro ciascuno di noi, colui che noi vediamo quando viene la fine e che si nutre di questo momento di pace e di riposo perfetto che allora ci attende, che ci sottrae: no, che noi ci accordiamo liberamente, perché lui è troppo solo, il più infortunato e il più povero degli uomini?
Ma forse non è che me stesso, da sempre me senza me, rapporto che io non voglio aprire, che io respingo e che mi respinge."

- Maurice Blanchot



Maurice Blanchot (Quain, 22 settembre 1907 – Le Mesnil-Saint-Denis, 20 febbraio 2003) è stato uno scrittore, critico letterario e filosofo francese.


venerdì 28 dicembre 2012

"File di palline gialle" racconto di Rosanna Bazzano

due palline scure, i miei occhi...

File di palline gialle


File di palline gialle, il sole che filtra tra le righe della persiana, due palline scure, i miei occhi spalancati da non so più quanto tempo. 
Il mio amore dorme, disteso accanto a me in un sonno incosciente, incosciente anche sveglio, per altro, ignaro dei mutamenti dell’anima mia.
Ignaro di ciò che c’è stato e di ciò che c’è, ignaro dei miei desideri profondi, delle mille paure, dei sensi di colpa. 
Ignaro del dolore. Del dolore e del Dolore.
Quello diffuso, localizzato, spinoso, sordo, acuto, pungente, feroce, battente, pulsante, vivo, il dolore insomma, l’onnipresente dolore che accompagna la vita di un malato come me. 
Ancor più quello insidioso, strisciante, intangibile eppure quasi palpabile, avvilente, sconfortante, maldicente, amaro, bruciante, il Dolore insomma, l’onnipresente dolore che parte dagli occhi degli altri e ti si insinua nella testa. 
Lo guardo e lo accarezzo, lo amo di un amore infinito, nonostante talvolta lo odi e lo abbia ferito.
Nella mia mente si definisce l’immagine che ora ho di me, mi vedo e non sono più io ma una farfalla posata su un fiore, che gode dei primi raggi di sole, che sorride alla vita che sboccia nel nuovo giorno che si apre, corolla di fiore baciata dal sole. 
- Vola farfalla, leggera conquista il tuo cielo-, mi dico. -Non posso, non ho più le ali-, mi dico.
Una lacrima si insinua tra le palpebre che si abbassano seguite da un leggero abbassarsi della testa, sconfitta, ma una fitta lancinante spazza l’autocommiserazione e fa spazio al dolore, poi allo sconforto.
Il mio amore si muove, il mio grido smorzato, appena accennato, deve averlo svegliato, mi guarda inespressivo e raccoglie un sorriso dolcissimo, un sorriso che dice mi spiace per le attese tradite, ed un tenero bacio che chiede perdono per ciò che non sono.
E più non vorrei essere io ma fumo che svanisce senza lasciare traccia, senza lasciare tristezza, perché mai è stato.
Si gira il mio amore e mi cinge con un braccio la vita, mi tira a se sonnecchiante, sono io che lo butto giù dal letto al mattino, e così ha escogitato questo dolce baratto, un abbraccio per dieci minuti di sonno forse anche venti se proprio mi va di restare abbracciata. 
La sua tenera stretta sul mio fragile corpo sembra quasi una morsa, sento quasi le ossa cedere, il respiro mi manca dall'acuto dolore, eppure non oso fiatare, ne allento la  presa e poi ancora sorrido e intesso le lodi alla sua forza virile, da togliere il fiato.
Son di nuovo farfalla, fragile insetto, tra le piccole incaute mani di un bambino.
Scorre il tempo impietoso ed è ora di alzarsi, e lo scuoto, gli accarezzo la testa, lo solletico un poco, si desta.
Lo guardo mentre si alza, fa il giro del letto e si china su di me dal mio lato, porge il collo al mio braccio, che vi si aggrappa, naufrago al suo pezzo di legno. 
Ancora baci, sparsi a casaccio sul viso, la logica non è necessaria in questo rito, basta solo illudersi che sia per piacere e non per necessità. 
Io spero di ingannare lui. 
Forse lui spera di ingannare me, e anch'io, anch'io in fondo vorrei ingannare me stessa, vorrei credere almeno una volta che ce la farei lo stesso, che ciò di cui non posso fare veramente a meno sono i suoi baci, non il suo sostegno.
O forse il sostegno più grande sono proprio i suoi baci.
Lentamente mi reco in cucina, mi piace preparare la colazione, chiacchierare guardando fuori della finestra nuda, la vita che scorre.
Poi sorprenderci a guardarci nello stesso momento, e sorridere dei nostri occhi innamorati, e abbracciarci ancora, e ancora un suo bacio sulla mia fronte che gli si posa sul petto, timorosa che possano uscire i pensieri ed essergli manifesti. 
Vorrei non sapesse quanta paura ho, in ogni istante da quando conosco cosa vuol dire amarlo, cosa vuol dire esserne amata. 
Vorrei non sapesse che, mentre mi aiuta a portare il mio peso, col suo amore lo appesantisce della paura di perderlo, per non essere abbastanza normale, della paura dell’immobilità totale, della paura della morte, che pure, inevitabilmente, un giorno dovrà separarci.
E più non sono io ma un cucciolo arrotolato al caldo nelle pieghe del corpo della madre, e non vorrei andare via.
Borbotta il caffè sul fuoco, la normalità delle cose che rassicura, che ridimensiona.
E lui: -Cosa metto addosso? A che ora vai da quel cliente? Mi porti i calzini? Accidenti è tardi ho un cliente alle nove. Bella scollatura!-
Ed io: -Ma quand'è che farai la barba? Cosa vuoi per pranzo? Dici che sto bene?-
E sorrisi, tutto sorride con noi, le porte, il letto, il tavolo, le sedie, il pc… fino a quando qualcosa non mi cade di mano. 
Lui si china, lo raccoglie mentre resto a guardare, ed un sorriso amaro e dolce porta un ombra sul sole.

- Rosanna Bazzano

Primo premio assoluto al concorso "Scriviamo insieme il CD dell'amore", Associazione A.L.I. Penna d'autore, Torino, anno 2005.